Posts tagged ‘Svezia’

giugno 24, 2012

Pizza delivery

Ed eccola lì… è la frase che tutti gli stagisti prima o poi si sentono dire: ci potresti andare a prendere il pranzo.
Probabilmente in Italia accade dal primo giorno. Il tuo capo, con aria spocchiosa, ti lancia i soldi sul tavolo e ti chiede sushi e diet coke, dato che la scena si svolge quasi sicuramente a Milano.
Qui si vergognano e con aria rammaricata ti chiedono di andare alla pizzeria all’angolo e ti offrono anche il pranzo – che forse avrei dovuto accettare, ed evitare di mangiare la mia pasta che ancora brontola nello stomaco, ma forse è per il nervoso che continua questo brontolio, quello il mio stomaco proprio non riesce a digerirlo.
Questa è la rappresentazione del fatto che essere uno stagista dopo un po’ non serve proprio ad un cazzo: né a te né all’azienda. Non sai mai cosa devi fare, pendi sempre dalle labbra di qualcuno, il tuo lavoro non può essere indipendente e dopo un po’ il tuo tutor ti ucciderebbe piuttosto che trovare nuove mansioni da farti svolgere.
Lo stagista è come un ospite nelle aziende… dopo tre giorni puzza, per questo probabilmente diventa lo schiavo di turno, ma uno schiavo non impara nulla, esegue semplicemente degli ordini.
Uno stage arriva a scadenza velocemente, dopodiché c’è bisogno di investire sulle persone, oppure è solo tempo perso: per te, per l’impresa, cooperativa, ong o quello che sia…
Il problema è che le offerte di lavoro si dividono tra stage e posti che richiedono un’esperienza minima tra uno o tre anni nello stesso campo.
Calcolando che, anche falsificando i mesi dei miei stage e dei miei – più o meno – lavori volontari, non supero un anno e mezzo di esperienza generale, e che se provo ad organizzare un esperienza continuativa in una mansione specifica… non supero i tre mesi dello stage attuale…
Risultato: non posso che cercare altri stage.
Conseguenza: dovrò falsificare la mia esperienza dicendo che ho svolto meno stage di quelli reali, mutandoli in co.co.co o volontariato, perché le aziende sono restie ad accettare persone con troppi tirocini alle spalle. Del resto per legge lo stage dovrebbe servire ad inserirti nel mondo del lavoro come prima esperienza, non dovrebbe essere un contratto reiterato per pagarti meno e sfruttarti di più.
Così i limiti inseriti per aiutarti ad uscire dalla spirale malefica degli stage diventano un ulteriore ostacolo.
Forse come prima cosa aiuterebbe eliminare gli stage gratuiti, insomma quale datore di lavoro non può permettersi 250 euro di rimborso spese, almeno per pagarti il pranzo mentre lavori?! Lo so ogni tanto sono proprio retrò!
In Svezia gli stage si fanno praticamente solo durante il percorso di studi e pagati, dopodiché le aziende ti assumono, ti mettono alla prova, investono su di te con altri tipi di contratti e di accordi, così per lo meno ti fanno lavorare al 100%. Qui a 25 anni si smette di essere giovani, di essere mantenuti, di essere sottopagati.
Questo perché la grande differenza tra l’Italia e la Svezia non è solo il welfare state, ma il tessuto produttivo. In questo paese si è deciso di innovare e di investire sui giovani.
Le aziende assumono con contratti veri, le nuove idee imprenditoriali vengono garantite tramite incubatori di impresa, la ricerca viene finanziata…

E poi ci sono io che aspettando la pizza non so se piangere o ridere.
Il pizzaiolo chiaramente non parla inglese, a gesti ordino le 6 pizze, aspetto sorseggiando il quasi-caffè offerto e il biscotto trafugato.
Piango o rido… Rido o piango… ascolto la musica alta per eliminare i miei pensieri…
Penso alle centinaia di migliaia di aranciate servite da mia madre con il sorriso, anche in pieno rodimento di culo e capisco che purtroppo il lavoro è anche questo… ed è forse anche per questo che non riesco a concepirmi a lavorare sotto padrone sempre con il sorriso sulle labbra… ma se non lavori non hai soldi per vivere e il sorriso sparisce… ma se sorridi senza averne voglia ti viene l’ulcera che ti spacca lo stomaco e che ti toglie il sorriso – quello vero – dal volto… ulcera o soldi… soldi od ulcera…
con questo dilemma esistenziale nella testa risalgo le scale con le pizze in mano, mentre un brontolio nello stomaco
già comincia a darmi fastidio.

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giugno 6, 2012

Vi siete mai sentiti dall’altra parte? #2

Scrivo in risposta a questo piccolo trafiletto uscito sul Venerdì di Repubblica di cui non sapevo nulla finché non è stato letto casualmente da un’amica. Ma anche perché penso che il post “Vi siete mai sentiti dall’altra parte?” non si stato capito.

Eccoci i figli di un popolo di emigranti che non sa accogliere i suoi migranti e non sa ragionare sulla sua nuova emigrazione.
Sto facendo un tirocinio nel nord della Svezia, il 6 giugno porto ancora una giacca a vento, ma mi godo il sole tutto il giorno e tutta la notte!
Pensiamo che sia facile andare via dall’Italia come da qualsiasi altro paese dove hai tutta la tua vita?
Pensiamo che sia facile arrivare in un altro paese dove non si conosce nessuno?
Su questo voleva ragionare il post Vi siete mai sentiti dall’altra parte.
Eppure per noi italiani, europei ed occidentali è comunque facile, non abbiamo problemi con i documenti, con l’inglese più o meno ce la caviamo e siamo sempre ben accolti
Vi siete mai sentiti dall’atra parte? Sì, proprio noi che siamo sempre a casa, perché per poterci sentire a casa abbiamo distrutto culture e sterminato civiltà, vi siete mai sentiti spaesati?
Io poco e per pochi giorni, e i miti della Svezia da sfatare sono ben altri, come quelli sull’Italia.
Poi penso alla sorella di mia nonna emigrata in Canada, mai tornata indietro. Non ha mai guardato indietro, anche se ha custodito i suoi ricordi e la sua memoria gelosamente. Per loro, come per tanti altri ancora oggi, quando si decide di emigrare non si guarda più indietro, non si può, non è permesso.

Qui in Svezia l’inglese lo parlano tutti. Certo i corsi di svedese, almeno qui nel nord, non sono così facili da trovare come sembra (io sono anche arrivata ad aprile, mese non facile per trovare un corso), ma sì può sempre rimediare in altri modi. Considerando sempre che Lulea non è Stoccolma. Ma nemmeno una città sperduta tra le nevi, anzi: immaginate voi una città di 50,000 abitanti in Italia con un’università tecnologica che attira ricercatori da tutto il mondo, con un polo imprenditoriale che è riuscito ad attrare facebook, che installerà qui i suoi server, con una natura incontaminata e preservata come un gioiello, con una casa della cultura con attività quotidiane…
Ora che ho inserito una riga in più sul mio cv non se in Italia servirà a qualcosa, anzi ho paura proprio di no, mentre qui hanno tentato di valorizzare al massimo la mia presenza.
Ho scelto di uscire dall’Italia e di venire in Svezia per un paio di mesi.
È tutto semplice? Dove tutto è semplice? Penso all’Italia, a volte non le racconto tutte le verità italiane ai miei amici svedesi perché mi vergogno…

L’Italia, la Svezia sono la mia Europa, e la mia Europa è un campo di battaglia collettivo e personale. È dove devo battermi per la mia università contro il processo di bologna, è dove devo lottare per un welfare che non ho mai avuto – sperando che il riferimento sia la Svezia e non certo l’Italia, è dove devo rivendicare i miei diritti sul lavoro contro la precarietà dilagante.
La mia Europa è fatta della Svezia del nord come dell’Italia del sud, delle femministe ucraine come degli indigndos spagnoli, la mia Europa è tutta da ri-conquistare… anche perché ora è in mano a persone come Mario Draghi, che pensano di uscire dalla crisi lasciando liquidità illimitata alle banche.
La mia Europa è un crogiuolo di lingue dove, no, non basta sapere l’inglese.
La mia Europa è un limite personale da mettere sempre in gioco, per vedere come storie di iraniani con lauree svedesi parlano con sardi, francesi e austriaci strampalati, per far sentire a proprio agio una romana saccente e logorroica che non sopporta che le proprie parole vengano riportate senza chiedere e senza capire.
La mia Europa è fatta di frammenti, di fughe, di incontri… per questo i giornali non riescono a comprenderla. Siamo gli Erasmus, i vostri camerieri, i vostri stagisti, i dottorandi, i free-lance, i fotografi, gli attori, i tecnici… noi siamo già europei e anche più che europei, quindi sfatate prima i vostri miti e poi parlateci prima di scrivere di noi.

aprile 21, 2012

Vi siete mai sentiti dall’altra parte?

Spaesamenti

Dalla parte di chi non capisce una sola parola di quello che gli sta intorno, dalla parte di chi non capisce che cazzo sta mangiando, dalla parte di chi non sa mai il nome della strada dove sta camminando… dalla parte di chi non è a casa propria e deve anche ringraziare per questo.
Per favore non venite a raccontarmi che è tutto bello e tutto più semplice fuori dall’Italia.
Semplicemente non è vero!
E’ tutto più facile dove conosci le persone, dove hai gli amici, dove hai la famiglia dove hai i tuoi affetti, è tutto più semplice quando le strade che percorri conoscono la tua storia e tu la loro. E’ molto più semplice quando puoi apprezzare una battuta, ridere di un doppio senso e continuare con un altro gioco.
Forse la prossima volta che vedrò una persona non parlare italiano anche dopo anni che vive in Italia, non mi stupirò più poi così tanto. Forse la sua lingua è veramente diversa dalla nostra, forse il contatto con gli italiani non è così scontato come sembra, forse non è nemmeno semplice trovare delle classi di italiano!
Nella fredda e ridente Svezia non tutto brilla come la neve al sole.
Gli unici corsi di svedese, o sono all’università – ma io non studio all’università – o sono quelli per richiedenti asilo, che sono solo la mattina – ma io per la prima volta nella mia vita, e ancora per poco, la mattina lavoro.
Quindi per ora continuerò a camminare un po’spaesata cercando disperatamente persone che parlano inglese – praticamente tutti! Continuerò ad avere problemi nel fare la spesa – purtroppo le uniche traduzioni sulle scatole dei prodotti nei supermercati sono in norvegese e finlandese! Continuerò a non avere idea del nome delle strade dove sto camminando– perché per me troppe consonanti una dietro l’altra sono praticamente impossibili da leggere!

Non sopporto quei siti o quei blog dove raccontano che basta uscire dall’Italia per trovare la perfezione. I treni arrivano in orario, la corruzione non esiste e il capo del governo non fa i festini e viene anche eletto regolarmente con elezioni democratiche.
Sicuramente le cose funzionano diversamente…e magari anche meglio.
Mi sembra, però, che gli italiani all’estero oscillino tra l’essere nostalgici o essere iper-critici, in verità entrambe le posizioni nascondono un po’ di senso di lontananza.
Per quei piccoli momenti che ti sanno di casa: quando si mette la tovaglia di stoffa a quadretti sul tavolo – la mia sempre macchiata – e non le tovagliette di plastica dell’Ikea. Quando ci si aspetta per cominciare a mangiare e si riesce per tutto il pasto parlare di cosa si sta mangiando, come lo hai cucinato, di cosa ti piace mangiare e come si cucina. E quando guardi fuori dalla finestra, non nevica ad aprile inoltrato.
Ma, fino in fondo, noi non saremo mai dall’altra parte, perché la nostra pelle è bianca, perché alla fine l’inglese lo abbiamo imparato, perché un po’ di mondo lo abbiamo girato.

Perché il sole, per noi, prima o poi arriva anche se a metà aprile ancora nevica…
mentre ci sono popoli interi che non hanno mai saputo che cosa significa casa.

aprile 16, 2012

Cosa vorresti fare da grande?

O meglio come costruire una linea di fuga e perché

Oggi mi hanno chiesto per l’ennesima volta: ma tu cosa vorresti fare?
Per fortuna non hanno aggiunto da grande!
Penso che questo sia uno dei miei grandi problemi. Riuscire a fare un progetto chiaro è semplice di cosa mi piacerebbe veramente fare.
Non riesco a capire come comprendere veramente quello che mi piace, dato che di fronte a me non riesco a vedere altro che barriere, difficoltà e poco interesse nei miei confronti.
Da quando decidi cosa studiare all’università – se non prima – ti senti addosso questa pesantezza su come le tue scelte influenzeranno tutta la tua vita se non sono ben ponderate rispetto alla realtà dura e cruda che ci ritroviamo di fronte.
>>Vuoi studiare scienze politiche? E dopo cosa pensi di fare?
Ma siamo matti filosofia nel 2012!
Ah ma se fai ingegneria ci devi pensare bene, non è che cominci e dopo 3 anni lasci tutto a metà strada, e poi cosa faresti? Lo sai che è una professione da uomini!
Ah no lettere no, e non mi dire che vuoi fare la professoressa?
Interessante archeologia, peccato che non c’è mercato in Italia.
L’avvocato? Tuo padre fa l’avvocato?

La verità è che non ci sono carriere aperte in Italia, non ci sono progetti imprenditoriali su cui poter puntare, non esistono idee con gambe molto lunghe.
Ma soprattutto il mercato del lavoro, in questo caso incarnato dalle figure di orientamento – gli addetti dei centri per l’impiego come Porta Futuro, dei punti eurodesk, gli psicologi del lavoro del Soul della Sapienza – non fanno altro che scoraggiarti.
>>No, sul nostro portale non trovi offerte di lavoro per laureati, ma se vuoi facciamo i workshop su come scrivere un curriculum.
Vuoi un aiuto per trovare una borsa di mobilità all’estero? Secondo me la miglior ricerca è quella che puoi fare da sola su internet.
Vorresti fare un dottorato ma non viene poi ben visto dalle aziende italiane, perché diventeresti troppo formata.

L’ansia di trovare lavoro, la pressione della famiglia, l’angoscia della crisi, l’incapacità del sistema di orientamento al lavoro sia pubblico che privato, non fanno altro che spingerti: CERCA LAVORO, FAI UN CORSO DI SPECIALIZZAZIONE, UN TIROCINIO, UN MASTER, UNO STAGE…
Giri a vuoto spinta come una pallina all’interno di un flipper e alla fine ti spingi ancora di più in questo vortice infernale e ancora di più. Perché quando ti fermi, nei momenti vuoti del tuo stage, quando sei sovra pensiero nella lezione noiosissima del master, nei cinque minuti di pausa tra il tirocinio e il lavoretto che ti permette di arrotondare, allora è là che ti chiedi: MA PERCHE’?
Perché continuo a fare un master che non mi soddisfa, uno stage che non mi piace, un lavoretto che mi stressa e basta, perché continuo una ricerca ossessiva di una cosa che fino in fondo non so nemmeno cos’è?
Continuano a chiedermi cosa vorresti fare? Cosa ti piacerebbe fare? Cosa ti realizzerebbe veramente?
Io continuo a rispondere a queste domande con dei dati di realtà troppo evidenti: 75 milioni di giovani nel mondo cerca lavoro senza trovarlo, il 40% dei disoccupati mondiali è giovane, se sei giovane la possibilità di restare disoccupato è tre volte maggiore.
Ma la verità è che ho paura che i miei desideri non si possano realizzare, che vengano distrutti nello stesso momento in cui li esprimo.
Per questo abbiamo imparato a non svilupparli, a non farli divenire progetti tangibili e reali, così è più facile accettare lo stage nella speranza di…, fare il master così dopo…, fare un dottorato così poi…
Se i miei desideri rimangono soltanto dei sogni vivono in un altro mondo che non entra in contrasto con il mondo reale. Per questo ho deciso di allontanarmi dalla vita in cui mi ero incastrata. Ho deciso di far diventare quei cinque minuti un momento molto più lungo.

Perché in un mondo dove si vive senza desideri correndo dietro solo alla realtà non vale più la pena nemmeno di sognare.

 

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