Posts tagged ‘europa’

giugno 27, 2012

Il lavoro non è un diritto

Forse in fonda la Fornero ha ragione: il lavoro non è un diritto. Il lavoro è un fottutissimo dovere a cui bisogna sottostare con enorme sofferenza. Infatti, se potessimo ci sottrarremmo volentieri, e di sicuro noi non moriremo né di noia né di nostalgia senza il lavoro.
Ma – ancora per ora e speriamo per poco – senza lavoro non si riescono a guadagnare soldi (Win for Life purtroppo non ha ancora sortito gli effetti sperati)!
Quindi, in una società che si dichiara fondata sul lavoro, il suddetto lavoro dovrebbe essere garantito da diritti.
Il lavoro dovrebbe essere sicuro, cioè ad esempio non si dovrebbe morire lavorando.
Il lavoro dovrebbe essere garantito. No, non parlo di lavoro a tempo indeterminato – mica sono monotona io! Però il lavoro dovrebbe essere garantito da regole ferree sulla retribuzione, sulle ore di lavoro, di straordinario, di maternità, di ferie…
E invece cosa succede ai giovani in Italia quando finiscono l’università?
Quando terminano un tirocinio e durante il tirocinio?
Cosa succede se trovano uno stage non pagato?
Quando scade un co.co.co?
Cosa succede quando il pagamento del lavoro arriva in ritardo di mesi?
Ecco in Italia non succede proprio niente. Ci ritroviamo da soli di fronte a un baratro che si chiama mercato del lavoro e siamo costretti a buttarci senza sapere né dove né come, senza alcun appiglio a cui poterci aggrappare, se non la nostra famiglia.
E nulla verrà cambiato da questa riforma.

I centri per l’impiego, che dovrebbero essere il fulcro delle politiche sul lavoro in un Paese con la disoccupazione giovanile oltre il 30%, in Italia sono stati praticamente smantellati. Eppure nessuna agenzia interinale ha preso il loro posto nelle funzioni di orientamento e avviamento al lavoro.
Ma la Fornero non si preoccupa di questi dettagli, tanto lo sanno tutti che il lavoro in Italia si trova tramite passaparola.
(Ecco quindi se avete chiuso il giro non vale, perché a me la parola non è proprio arrivata).
Non si può però non tenere conto di alcuni lodevoli “progetti pilota” come quello di Porta Futuro, il nuovo centro per l’impiego della Provincia di Roma.
Che cosa offre? Ancora non l’ho capito.
C’è una sala con dei computer tramite i quali si può accedere al portale on-line dove inserire il proprio C.V., poi ci sono seminari sulla compilazione del C.V…
Chiedo “come posso cercare un corso di formazione tra i vari offerti dalla regione, provincia e comune?” Risposta: “Vai sui vari siti, da qui puoi controllare quello della provincia se vuoi”. “ E come mi posso orientare per cercare una borsa per un tirocinio all’estero?” “La migliore ricerca è quella che ti fai da sola su internet”.
Consiglio utile, utilissimo che ho seguito fino in fondo. Ho trovato da sola il bando Leonardo, da sola ho compilato la domanda, da sola sono andata a Firenze, sono ancora in attesa del rimborso promesso dalla regione Lazio… da sola esattamente come tutti i giovani italiani.
E qui però la nostra situazione differisce e di gran lunga da quella degli altri paesi europei.
Supporti al reddito, agevolazioni per le assunzioni, retribuzioni minime per gli stage, orientamento e avviamento al lavoro funzionanti… ci sono insomma varie politiche da prendere come riferimento, eppure in Italia l’Europa significa solo: tagli-austerity-tagli.

Perché distruggere l’articolo 18 dovrebbe migliorare i contratti in entrata per i giovani?
Perché l’apprendistato è il migliore dei contratti possibili? Nono so, ma comunque le misure per agevolarlo sono poche e scarne.
Dov’è finito il taglio delle oltre 40 forme contrattuali atipiche?
E il sussidio per i disoccupati, anche quelli che hanno avuto contratti precari, dobbiamo aspettare il 2017 sperando di rientrare nei soliti criteri stringenti dell’ASPI?
E il sostegno per chi non studia e non riesce a trovare lavoro?
Dopo la riforma delle pensioni, in vista dei prossimi taglia alla spesa pubblica – ops spending review –
la stessa ministra Fornero commenta la sua riforma dicendo “si può sempre migliorare”!
Se si può migliorare perché votarla, miglioratela!

Un capitolo a parte andrebbe dedicato al comportamento dei sindacati che oltre a se stessi non capisco proprio chi altro difendano, nemmeno più l’articolo 18!

 

Però ringrazio la Fornero, perché attraverso le sue parole non sento mai nostalgia di casa.

giugno 26, 2012

Io odio

Odio l’Italia, con i suoi cazzo di politici corrotti, non riesco più a guardarli.
E mi dispiace dirlo – non vorrei risultare banale – ma NO, non è così da per tutto.
Odio l’Italia, dove tutti si lamentano che tutto va male e poi nessuno fa un cazzo.
Beh la prossima volta che qualcuno mi dice “tanto in questo paese non cambierà mai niente”, lo strozzo io con le mie mani:
uno: perché se non cambierà mai niente, allora stai zitto. Almeno eviti di inserire ulteriori parole inutili nel ciclo della comunicazione.
Due: perché più lo sento dire e più ci credo un po’ di più anche io.
Odio questa cazzo di litania di critiche inutili, sempre uguali da 150 anni a questa parte. Quelle critiche che si fanno bevendo una birra, giocando a carte e riempendo la settimana enigmistica. Ecco, la prossima volta le parole crociate falle in silenzio, grazie.
Odio la provincia italiana, dove tutti sanno tutto di tutti, ma nessuno fa un cazzo per gli altri.
Odio la chiesa cattolica, perché la sua ipocrisia pervade la società dove sono immersa. Camminiamo sopra millenni di merda papale… e mi hanno proprio stufato. Sì mi hanno stufato con le loro giornate della gioventù da cui poi le ragazze tornano tutte incinte… però noi siamo per il sesso dopo il matrimonio e senza preservativo. Infatti si sposano tutte di corsa e con i vestiti larghi, ma in chiesa.
Odio i vestiti dei preti durante la liturgia, perché mi sembrano così normali. E invece mi piacerebbe guardarli con gli stesi occhi di sdegno con cui guardo un burqua.
Odio quelli che a tavola odiano così tanto la chiesa, che poi lo zio è prete e il ragazzo di CL.

Soprattutto odio quando all’estero ti chiedono “ma come avete fatto ad avere Berlusconi?” Non lo so cazzo come abbiamo fatto! Non – lo – so!
E poi odio questi cazzo di svedesi che fanno sempre jogging: ma vatti a mangiare un torta al cioccolato con panna, invece di correre a meno 10 gradi, con quelle cazzo di scarpette fuxia e bianche. Sono brutte! Siii anche se ce le hanno tutti: sono proprio brutte! Ed è ancora peggio quando ci abbini la maglietta fuxia con il pantalone elasticizzato nero. Ti prego almeno vacci a correre e non a fare la spesa.
Dico, va bene, fa freddo, ma non si può mica sempre andare in giro vestiti come se fossimo in settimana bianca. Ok, forse io sembra che devo uscire a New York e invece sono a Lulea… ma un po’ di stile! (che non ha nulla in comune con l’essere hipster).
Odio quando ti guardano con quell’aria convinti di vivere nel paese con il migliore sistema del mondo. Certo se lo compari all’Italia! Ti piace vincere facile!
E odio il fatto che un po’ mi vergogno a raccontare come funziona il sistema italiano. Perché in Italia c’è un sistema? No, c’è solo un accozzaglia di regole, una cifra di politici corrotti e un sacco di gente, che nonostante tutto, si fa un culo così.
Odio soprattutto quando mi guardano con un’aria quasi di pena perché non vorrebbero trovarsi nella mia situazione: la giovane italiana allo sbaraglio!
Per la prima volta comprendo i sud americani, gli africani, gli arabi e mi viene voglia di darmi un calcio in culo da sola, povera occidentale che pensava di dover andare a salvare qualcuno. Beh, non c’è nessuno da salvare in sud America così come nel sud dell’Europa. Al massimo c’è qualcuno con cui lavorare, con cui condividere, con cui collaborare… quindi scendi da quel cazzo di scalino, che a me di fare la nazionalista proprio non mi interessa, ma di certo non mi lascio guardare dall’alto in basso…
… ah ok, non è colpa vostra, è che siete proprio più alti di almeno 20 cm…
E comunque odio le bionde che si tingono di nero con la ricrescita rossiccia, perché mi fanno pensare a tutte le bionde tinte italiane… almeno io sono castana: l’ho sempre saputo che è meglio stare nel mezzo… e che tingersi i capelli non serve a niente, tanto la ricrescita ti frega sempre!

giugno 17, 2012

Numeri

La precarietà, la disoccupazione, la crisi non sono solo numeri, ma reali vite vissute.
La disoccupazione giovanile al 20 o al 30% significa giorni, settimane, mesi passate a cercare lavoro senza trovare nulla, senza ricevere risposta, senza accumulare esperienza, senza guadagnare un euro.
Quei piccoli valori percentuali sono centinaia di migliaia di giovani che rimbalzano come palline dentro un meccanismo impazzito, mentre i mercati bruciano miliardi, il debito pubblico sale e lo spread impazzisce.
Tra questi meno e questi più ci sono incastrate le nostre vite.

Non siamo l’incontro tra la domanda e l’offerta, ma siamo il risultato degli incontri e delle esperienze della nostra storia. Siamo giovani spaesati in un’Europa in crisi, dove nessuno è in grado di orientarci verso dei reali e possibili progetti di vita.
L’incertezza è la nostra moneta di scambio e lo è da più tempo dell’euro, la voglia di cambiare il nostro tasso d’interesse, e questo sistema finanziario è ciò che ci rende sempre più indebitati, anche se a noi le banche non presterebbero nemmeno un cent.
Non possiamo comprare una casa.
Non troviamo lavoro.
Le nostre università sono state distrutte.
Il futuro una chimera fuori moda.
Ma dico vi rendete conto che aver finito gli studi al tempo della crisi significa essersi laureato nel periodo più sfigato degli ultimi cento anni!

I nostri sogni, le nostre sofferenze, i nostri desideri, le nostre delusioni non riescono ad entrare nel numero dei posti di lavoro persi in questo ultimo anno, non studiamo e non lavoriamo ma non siamo NEET, le nostre famiglie ci aiutano ma non siamo bamboccioni.
Amiamo, ridiamo e piangiamo e tutto questo non riesce ad entrare nella casella della disoccupazione giovanile…
Non basta contarci per capire quanti siamo, non basta definirci per comprendere chi siamo…
Non siamo solo giovani, non siamo più giovani, saremo per sempre giovani.
Noi viviamo la crisi, voi la contate e basta.

giugno 6, 2012

Vi siete mai sentiti dall’altra parte? #2

Scrivo in risposta a questo piccolo trafiletto uscito sul Venerdì di Repubblica di cui non sapevo nulla finché non è stato letto casualmente da un’amica. Ma anche perché penso che il post “Vi siete mai sentiti dall’altra parte?” non si stato capito.

Eccoci i figli di un popolo di emigranti che non sa accogliere i suoi migranti e non sa ragionare sulla sua nuova emigrazione.
Sto facendo un tirocinio nel nord della Svezia, il 6 giugno porto ancora una giacca a vento, ma mi godo il sole tutto il giorno e tutta la notte!
Pensiamo che sia facile andare via dall’Italia come da qualsiasi altro paese dove hai tutta la tua vita?
Pensiamo che sia facile arrivare in un altro paese dove non si conosce nessuno?
Su questo voleva ragionare il post Vi siete mai sentiti dall’altra parte.
Eppure per noi italiani, europei ed occidentali è comunque facile, non abbiamo problemi con i documenti, con l’inglese più o meno ce la caviamo e siamo sempre ben accolti
Vi siete mai sentiti dall’atra parte? Sì, proprio noi che siamo sempre a casa, perché per poterci sentire a casa abbiamo distrutto culture e sterminato civiltà, vi siete mai sentiti spaesati?
Io poco e per pochi giorni, e i miti della Svezia da sfatare sono ben altri, come quelli sull’Italia.
Poi penso alla sorella di mia nonna emigrata in Canada, mai tornata indietro. Non ha mai guardato indietro, anche se ha custodito i suoi ricordi e la sua memoria gelosamente. Per loro, come per tanti altri ancora oggi, quando si decide di emigrare non si guarda più indietro, non si può, non è permesso.

Qui in Svezia l’inglese lo parlano tutti. Certo i corsi di svedese, almeno qui nel nord, non sono così facili da trovare come sembra (io sono anche arrivata ad aprile, mese non facile per trovare un corso), ma sì può sempre rimediare in altri modi. Considerando sempre che Lulea non è Stoccolma. Ma nemmeno una città sperduta tra le nevi, anzi: immaginate voi una città di 50,000 abitanti in Italia con un’università tecnologica che attira ricercatori da tutto il mondo, con un polo imprenditoriale che è riuscito ad attrare facebook, che installerà qui i suoi server, con una natura incontaminata e preservata come un gioiello, con una casa della cultura con attività quotidiane…
Ora che ho inserito una riga in più sul mio cv non se in Italia servirà a qualcosa, anzi ho paura proprio di no, mentre qui hanno tentato di valorizzare al massimo la mia presenza.
Ho scelto di uscire dall’Italia e di venire in Svezia per un paio di mesi.
È tutto semplice? Dove tutto è semplice? Penso all’Italia, a volte non le racconto tutte le verità italiane ai miei amici svedesi perché mi vergogno…

L’Italia, la Svezia sono la mia Europa, e la mia Europa è un campo di battaglia collettivo e personale. È dove devo battermi per la mia università contro il processo di bologna, è dove devo lottare per un welfare che non ho mai avuto – sperando che il riferimento sia la Svezia e non certo l’Italia, è dove devo rivendicare i miei diritti sul lavoro contro la precarietà dilagante.
La mia Europa è fatta della Svezia del nord come dell’Italia del sud, delle femministe ucraine come degli indigndos spagnoli, la mia Europa è tutta da ri-conquistare… anche perché ora è in mano a persone come Mario Draghi, che pensano di uscire dalla crisi lasciando liquidità illimitata alle banche.
La mia Europa è un crogiuolo di lingue dove, no, non basta sapere l’inglese.
La mia Europa è un limite personale da mettere sempre in gioco, per vedere come storie di iraniani con lauree svedesi parlano con sardi, francesi e austriaci strampalati, per far sentire a proprio agio una romana saccente e logorroica che non sopporta che le proprie parole vengano riportate senza chiedere e senza capire.
La mia Europa è fatta di frammenti, di fughe, di incontri… per questo i giornali non riescono a comprenderla. Siamo gli Erasmus, i vostri camerieri, i vostri stagisti, i dottorandi, i free-lance, i fotografi, gli attori, i tecnici… noi siamo già europei e anche più che europei, quindi sfatate prima i vostri miti e poi parlateci prima di scrivere di noi.

maggio 20, 2012

Blockupy Frankfurt

Giornate spese di fronte al computer per aggiornare i social network, cercando di capire cosa stava accadendo a Francoforte.
Di fronte al computer con l’ansia per i tanti amici e compagni arrestati ancor prima delle manifestazioni.
Assurdo:
Pullman bloccati
Treni fermati
Divieti individuali di manifestare
Perquisizioni
Arresti
Sgomberi
A Francoforte, sede della Banca Centrale Europea e cuore finanziario dell’euro, semplicemente, non si può manifestare.

Nonostante tutto, oggi mi sento europea. Ma la mia Europa non si è costruita intorno ad una banca o a una moneta unica. La mia Europa non si perde tra commissioni, consigli, parlamenti, dove non si sa mai chi decide e per chi. La mia Europa non è composta da una Germania forte che incolpa i paesi del sud di essere delle cicale dispendiose. La mia Europa non si legge attraverso degli stereotipi nazionali.
Nelle strade di Francoforte, come a Madrid, ad Atene, a Kiev, c’è dell’altro oltre la crisi.
Sono momenti decisivi e allora vogliamo decidere.
Stanno distruggendo un modello sociale per non darci alcuna alternativa. Continuano a dirci che abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità. Viviamo sopra le nostre possibilità perché vogliamo una casa, degli ospedali, delle scuole, delle università, degli asili?
Chi ha vissuto sopra le proprie possibilità? Quelle famiglie greche a cui ora staccate la luce perché non la possono pagare? Gli irlandesi rimasti senza casa? I giovani spagnoli disoccupati? Gli imprenditori suicidi italiani?

Nelle strade di Francoforte oggi scorre la possibilità di vivere una vita diversa: una vita dove ci si incontra per parlare senza necessariamente dover consumare, una vita dove l’economia è fatta anche di imprese e progetti sociali, una vita dove non c’è solo il lavoro, la famiglia e il divertimento.
La mia Europa è fatta di incontri, di lingue diverse che provano a capirsi, di Erasmus, di progetti alternativi che si parlano, di studenti che girano in autostop o con il car polling, di treni lenti che ti permettono di apprezzare il paesaggio, di social network dove condividere idee e sensazioni.
La mia Europa si rimette in gioco continuamente e non si ferma mai.
Per questo le strade di Francoforte saranno brulicanti di persone, di vita, di gioia, di urla, di pianto.
Perché non potete fermarci: siamo noi a essere troppo grandi per poter cascare.

 

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