Archive for ‘cambiamenti’

agosto 11, 2014

Da una sala d’attesa di un reparto oncologico…

L'albero sulla finestra

Qui le persone sono in attesa per fare la chemioterapia, con i loro parenti o amici che aspettano con loro.

Ci sono persone che rimangono in attesa per ore prima di entrare.
Tutti devono controllare le loro cartelle, ricordarsi tutti i documenti, le loro impegnative rosse e bianche, sperare che l’ospedale abbia il loro nome registrato, organizzare le loro agende per gli innumerevoli esami che bisogna fare tra una terapia e l’altra.
E poi si arriva in questa sala… dove il tempo si interrompe e si rimane in attesa… costante.
Alcuni dopo mesi, si conoscono, si salutano e si confrontano.

C’è la ragazza vestita di nero che accompagna il padre, da mesi, anche se sa già che questa terapia non servirà a salvarlo.
C’è una signora sulla sedia a rotelle che non riesce nemmeno a stare sveglia per quanto è stanca.
Ci sono le signore che armate di 5 riviste attendono.
C’è una ragazza tutta tatuata che inizia a perdere i capelli, le donne con i foulard e con i cappellini che i capelli li hanno già persi.
C’è chi litiga con il medico, perché non capisce cosa deve fare, cosa deve mangiare e quando deve tornare.
Nessuno vorrebbe tornare. Ma qui ci torni almeno per tre mesi. C’è chi non torna più, perché non c’è più.
Ho visto tante donne lottare e non farsi buttare giù, andare avanti e non arrendersi. Mai.

La sofferenza che si respira in questa sala è tagliente.
Le cure mediche vengono finemente calcolate. Ma nei nostri ospedali nessuno si preoccupa dei sentimenti e delle emozioni del paziente o delle proprie famiglie. Tutto è ridotto in una cartella clinica.
Ha avuto diarrea? Ha avuto vomito? Febbre? Nausea? Dobbiamo fare la pet, pes, pel, può prendere un po’ più di fac meno di xeml. Le facciamo 4 flebo, 10 fiale, 7 punture. Prenda 3 pasticche la mattina, 2 dopo pranzo, 4 prima di cena e 3 prima di andare a dormire. Non può camminare, andare in piscina, niente mare, né montagna.

Bisogna pagare il ticket, ricordarsi il numero dell’esenzione, prenotare la visita in intramoenia, utilizzare il privato sociale, chiamare il medico per l’impegnativa, andare in farmacia…
Ci sono medicine completamente mutuabili, alcune solo in percentuale, alcune completamente a pagamento…
L’unica sala dove si incrociano le diverse vite di queste persone, le sofferenze, le storie è una sala asettica, dove tutti aspettano e pochi parlano.
Alcuni trattengono le lacrime. Altri sono felici, perché forse è quasi finita.
Gli occhi guardano nel vuoto, la maggior parte qui ha passato l’estate così, tra sale d’attesa e file, tra flebo e aghi. E forse passerà così anche tutto l’inverno.

I malati di cancro sono dei lottatori incredibili.
Sembra che questa sia proprio la malattia dei nostri tempi – insieme a depressione e aids – non si capisce perché le tue cellule impazziscano e si rivoltino contro il tuo stesso corpo.
La chemioterapia è la prima cura. Un liquido arancione che ti scorre giù per le vene. E alla fine ti rimane solo una cosa da dire: sono tanto stanca.
Ma i malati di cancro si aggrappano alla vita, ne riscoprono il senso e si incamminano in un percorso di lotta, tanto difficile quanto lungo. A volte se ne esce vincitori, altre volte…

…Il sarnesp lo sta facendo? Il straparx? Il piano terapeutico ce l’ha? Allora le prescriviamo quest’ulteriore fiala, sottopelle, uno ogni giorno. Comunque noi ci vediamo oggi, domani e ancora dopo domani. Quindi non si preoccupi…

La medicina occidentale cerca di razionalizzare e calcolare qualsiasi cosa, ma ci sono cose che non possono essere contate, come il sorriso e questa immensa voglia di vivere che ti spinge ad un incessante lotta, che nonostante tutto riesci a cogliere anche in questi corridoi asettici.

Allora, a volte anche se la scienza medica è inerme di fronte a questa malattia, noi dobbiamo saper godere di quei giorni in più, da vivere con un sorriso, al di là di qualsiasi razionalizzazione che la nostra società voglia imporci.

 

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ottobre 9, 2012

SaltaTempo

Non si può vivere senza tempo, eppure oggi è così che viviamo.
Riunioni, assemblee, lavoro, studio, birra…
non trovi tempo per pensare, per parlarti, per approfondire.
Corri perché ti è imposto e perché te lo imponi, se stai fermo hai la sensazione di perdere tempo.
Ma forse stare fermi non ci fa perdere tempo, ce ne regala di nuovo.
Non potremmo mai capire cos’è che ci fa stare male se non abbiamo tempo per pensarci.
E così la nostra insoddisfazione si trasforma in un malessere interiore,
un tarlo che ci frantuma il cervello,
ci inacidisce lo stomaco,
ci innervosisce,
ci strema…

Non ci piace quello che studiamo, come lo studiamo, dove lo studiamo.
Non ci piace il nostro lavoro, la nostra (non) paga,
non ci piace la disoccupazione, non ci piace il master.
Forse da soli non potremmo fare molto, ma abbandonarsi al puro flusso dell’abitudine,
quello sì ci distruggerà la vita.

Forse non riusciremo a cambiare tutta l’università,
ma possiamo cambiare il nostro piano di studi, i programmi e i libri che dobbiamo studiare,
organizzare seminari autogestiti, incontrare ed intrecciare nuovi ambiti disciplinari.
Possiamo incuriosirci ed innamorarci di nuovi libri, che ci serviranno sempre,
magari anche per qualche inutile esame.
Forse non possiamo distruggere il baronato e il clientelismo,
ma lo possiamo denunciare e collettivamente lo possiamo erodere e delegittimare.
Forse non possiamo eliminare il precariato o risolvere il problema della disoccupazione,
ma possiamo darci man forte, appoggiandoci, per evitare di sentirci soli di fronte ai migliaia di annunci fasulli,
possiamo costruirci una rete di sostegno non familistica e non ricattatoria.
Possiamo insegnarci a comprendere i contratti che firmiamo,
possiamo condividere i nostri contatti,
imparare a vivere e lavorare insieme.

Forse non avremo distrutto il capitalismo,
ma avremo smesso di imporci la competizione come stile di vita,
e magari avremo superato l’isolamento, l’insoddisfazione e la depressione che ne seguono…

In ogni caso a molti avremo evitato la perdita dei capelli a 30 anni.
E chissà che la crisi non si superi anche così!

ottobre 7, 2012

28 anni

A 28 anni la mia bis-nonna aveva già 5 figli
a 28 anni mia madre lavorava già da 9 anni,
a 28 anni la mia vicina polacca era già venuta in Italia da sola e lavorava già da 10,
a 28 anni mio nonno aveva avuto già il primo infortunio sul lavoro,
a 28 anni mia nonna era emigrata negli Stati Uniti,
a 28 anni mia zia viveva sotto le bombe della guerra.

Io a 28 anni mi sono laureata e non ho un lavoro,
ho dei mezzi lavoretti, ho una mezza casa, ho un mezzo motorino (l’altro è rimasto sotto la macchina che mi è venuta addosso, e anche se ho ragione la mia assicurazione non mi vuole ripagare),
almeno il ragazzo ce l’ho… e se la devo dire tutta vale per uno e mezzo!

A 28 anni sogno ancora un mondo migliore,
dove la mia vita non venga regalata per appianare un debito pubblico che non ripagheremo finché non cambieremo le regole del gioco,
a 28 anni non mi sono arresa al cinismo, all’opportunismo, al menefreghismo e all’individualismo.
A 28 anni non ho un lavoro stabile e penso che forse non ne avrà mai uno, a 27 mi distruggevo per questo, a 29 forse avrò capito che il lavoro non è il fulcro della vita, magari a 30 avrò trovato un modo per guadagnare, riuscire a mantenermi ed avere una vita degna.

A 28 anni guardo alla vita con passione, si forse peggio di così c’è poco…
ma c’è un aria di cambiamento che inonda i nostri paesi, inebria le nostre vita e divampa i nostri corpi…
non bisogna resistere,
a 28 anni bisogna farsi travolgere.

giugno 26, 2012

Io odio

Odio l’Italia, con i suoi cazzo di politici corrotti, non riesco più a guardarli.
E mi dispiace dirlo – non vorrei risultare banale – ma NO, non è così da per tutto.
Odio l’Italia, dove tutti si lamentano che tutto va male e poi nessuno fa un cazzo.
Beh la prossima volta che qualcuno mi dice “tanto in questo paese non cambierà mai niente”, lo strozzo io con le mie mani:
uno: perché se non cambierà mai niente, allora stai zitto. Almeno eviti di inserire ulteriori parole inutili nel ciclo della comunicazione.
Due: perché più lo sento dire e più ci credo un po’ di più anche io.
Odio questa cazzo di litania di critiche inutili, sempre uguali da 150 anni a questa parte. Quelle critiche che si fanno bevendo una birra, giocando a carte e riempendo la settimana enigmistica. Ecco, la prossima volta le parole crociate falle in silenzio, grazie.
Odio la provincia italiana, dove tutti sanno tutto di tutti, ma nessuno fa un cazzo per gli altri.
Odio la chiesa cattolica, perché la sua ipocrisia pervade la società dove sono immersa. Camminiamo sopra millenni di merda papale… e mi hanno proprio stufato. Sì mi hanno stufato con le loro giornate della gioventù da cui poi le ragazze tornano tutte incinte… però noi siamo per il sesso dopo il matrimonio e senza preservativo. Infatti si sposano tutte di corsa e con i vestiti larghi, ma in chiesa.
Odio i vestiti dei preti durante la liturgia, perché mi sembrano così normali. E invece mi piacerebbe guardarli con gli stesi occhi di sdegno con cui guardo un burqua.
Odio quelli che a tavola odiano così tanto la chiesa, che poi lo zio è prete e il ragazzo di CL.

Soprattutto odio quando all’estero ti chiedono “ma come avete fatto ad avere Berlusconi?” Non lo so cazzo come abbiamo fatto! Non – lo – so!
E poi odio questi cazzo di svedesi che fanno sempre jogging: ma vatti a mangiare un torta al cioccolato con panna, invece di correre a meno 10 gradi, con quelle cazzo di scarpette fuxia e bianche. Sono brutte! Siii anche se ce le hanno tutti: sono proprio brutte! Ed è ancora peggio quando ci abbini la maglietta fuxia con il pantalone elasticizzato nero. Ti prego almeno vacci a correre e non a fare la spesa.
Dico, va bene, fa freddo, ma non si può mica sempre andare in giro vestiti come se fossimo in settimana bianca. Ok, forse io sembra che devo uscire a New York e invece sono a Lulea… ma un po’ di stile! (che non ha nulla in comune con l’essere hipster).
Odio quando ti guardano con quell’aria convinti di vivere nel paese con il migliore sistema del mondo. Certo se lo compari all’Italia! Ti piace vincere facile!
E odio il fatto che un po’ mi vergogno a raccontare come funziona il sistema italiano. Perché in Italia c’è un sistema? No, c’è solo un accozzaglia di regole, una cifra di politici corrotti e un sacco di gente, che nonostante tutto, si fa un culo così.
Odio soprattutto quando mi guardano con un’aria quasi di pena perché non vorrebbero trovarsi nella mia situazione: la giovane italiana allo sbaraglio!
Per la prima volta comprendo i sud americani, gli africani, gli arabi e mi viene voglia di darmi un calcio in culo da sola, povera occidentale che pensava di dover andare a salvare qualcuno. Beh, non c’è nessuno da salvare in sud America così come nel sud dell’Europa. Al massimo c’è qualcuno con cui lavorare, con cui condividere, con cui collaborare… quindi scendi da quel cazzo di scalino, che a me di fare la nazionalista proprio non mi interessa, ma di certo non mi lascio guardare dall’alto in basso…
… ah ok, non è colpa vostra, è che siete proprio più alti di almeno 20 cm…
E comunque odio le bionde che si tingono di nero con la ricrescita rossiccia, perché mi fanno pensare a tutte le bionde tinte italiane… almeno io sono castana: l’ho sempre saputo che è meglio stare nel mezzo… e che tingersi i capelli non serve a niente, tanto la ricrescita ti frega sempre!

giugno 6, 2012

Vi siete mai sentiti dall’altra parte? #2

Scrivo in risposta a questo piccolo trafiletto uscito sul Venerdì di Repubblica di cui non sapevo nulla finché non è stato letto casualmente da un’amica. Ma anche perché penso che il post “Vi siete mai sentiti dall’altra parte?” non si stato capito.

Eccoci i figli di un popolo di emigranti che non sa accogliere i suoi migranti e non sa ragionare sulla sua nuova emigrazione.
Sto facendo un tirocinio nel nord della Svezia, il 6 giugno porto ancora una giacca a vento, ma mi godo il sole tutto il giorno e tutta la notte!
Pensiamo che sia facile andare via dall’Italia come da qualsiasi altro paese dove hai tutta la tua vita?
Pensiamo che sia facile arrivare in un altro paese dove non si conosce nessuno?
Su questo voleva ragionare il post Vi siete mai sentiti dall’altra parte.
Eppure per noi italiani, europei ed occidentali è comunque facile, non abbiamo problemi con i documenti, con l’inglese più o meno ce la caviamo e siamo sempre ben accolti
Vi siete mai sentiti dall’atra parte? Sì, proprio noi che siamo sempre a casa, perché per poterci sentire a casa abbiamo distrutto culture e sterminato civiltà, vi siete mai sentiti spaesati?
Io poco e per pochi giorni, e i miti della Svezia da sfatare sono ben altri, come quelli sull’Italia.
Poi penso alla sorella di mia nonna emigrata in Canada, mai tornata indietro. Non ha mai guardato indietro, anche se ha custodito i suoi ricordi e la sua memoria gelosamente. Per loro, come per tanti altri ancora oggi, quando si decide di emigrare non si guarda più indietro, non si può, non è permesso.

Qui in Svezia l’inglese lo parlano tutti. Certo i corsi di svedese, almeno qui nel nord, non sono così facili da trovare come sembra (io sono anche arrivata ad aprile, mese non facile per trovare un corso), ma sì può sempre rimediare in altri modi. Considerando sempre che Lulea non è Stoccolma. Ma nemmeno una città sperduta tra le nevi, anzi: immaginate voi una città di 50,000 abitanti in Italia con un’università tecnologica che attira ricercatori da tutto il mondo, con un polo imprenditoriale che è riuscito ad attrare facebook, che installerà qui i suoi server, con una natura incontaminata e preservata come un gioiello, con una casa della cultura con attività quotidiane…
Ora che ho inserito una riga in più sul mio cv non se in Italia servirà a qualcosa, anzi ho paura proprio di no, mentre qui hanno tentato di valorizzare al massimo la mia presenza.
Ho scelto di uscire dall’Italia e di venire in Svezia per un paio di mesi.
È tutto semplice? Dove tutto è semplice? Penso all’Italia, a volte non le racconto tutte le verità italiane ai miei amici svedesi perché mi vergogno…

L’Italia, la Svezia sono la mia Europa, e la mia Europa è un campo di battaglia collettivo e personale. È dove devo battermi per la mia università contro il processo di bologna, è dove devo lottare per un welfare che non ho mai avuto – sperando che il riferimento sia la Svezia e non certo l’Italia, è dove devo rivendicare i miei diritti sul lavoro contro la precarietà dilagante.
La mia Europa è fatta della Svezia del nord come dell’Italia del sud, delle femministe ucraine come degli indigndos spagnoli, la mia Europa è tutta da ri-conquistare… anche perché ora è in mano a persone come Mario Draghi, che pensano di uscire dalla crisi lasciando liquidità illimitata alle banche.
La mia Europa è un crogiuolo di lingue dove, no, non basta sapere l’inglese.
La mia Europa è un limite personale da mettere sempre in gioco, per vedere come storie di iraniani con lauree svedesi parlano con sardi, francesi e austriaci strampalati, per far sentire a proprio agio una romana saccente e logorroica che non sopporta che le proprie parole vengano riportate senza chiedere e senza capire.
La mia Europa è fatta di frammenti, di fughe, di incontri… per questo i giornali non riescono a comprenderla. Siamo gli Erasmus, i vostri camerieri, i vostri stagisti, i dottorandi, i free-lance, i fotografi, gli attori, i tecnici… noi siamo già europei e anche più che europei, quindi sfatate prima i vostri miti e poi parlateci prima di scrivere di noi.

maggio 4, 2012

Cambiamenti

Incontrare gli altri
Interrogare se stessi e la propria cultura
Imparare che non c’è nulla che si può dare per scontato (nemmeno una tovaglia su un tavolo)
Farsi emozionare dalle cose diverse
Sorprendersi delle somiglianze
Ridere per le mal interpretazioni… o fare finta di ridere anche non si è capito niente
Coprirsi pensando che faccia freddissimo, uscire di casa e trovare il sole
Imparare le diverse prospettive politiche, comprendendo sempre di più che il nazionalismo non porta da nessuna parte
Meravigliarsi del senso di isolamento
Coinvolgere con le proprie passioni
Far ridere delle proprie creazioni linguistiche
Uscire dai propri confini, non solo territoriali
Sperimentarsi
Reincontrarsi
Coinvolgersi
Sentirsi parte
Cambiarsi per poter cambiare…

aprile 21, 2012

Vi siete mai sentiti dall’altra parte?

Spaesamenti

Dalla parte di chi non capisce una sola parola di quello che gli sta intorno, dalla parte di chi non capisce che cazzo sta mangiando, dalla parte di chi non sa mai il nome della strada dove sta camminando… dalla parte di chi non è a casa propria e deve anche ringraziare per questo.
Per favore non venite a raccontarmi che è tutto bello e tutto più semplice fuori dall’Italia.
Semplicemente non è vero!
E’ tutto più facile dove conosci le persone, dove hai gli amici, dove hai la famiglia dove hai i tuoi affetti, è tutto più semplice quando le strade che percorri conoscono la tua storia e tu la loro. E’ molto più semplice quando puoi apprezzare una battuta, ridere di un doppio senso e continuare con un altro gioco.
Forse la prossima volta che vedrò una persona non parlare italiano anche dopo anni che vive in Italia, non mi stupirò più poi così tanto. Forse la sua lingua è veramente diversa dalla nostra, forse il contatto con gli italiani non è così scontato come sembra, forse non è nemmeno semplice trovare delle classi di italiano!
Nella fredda e ridente Svezia non tutto brilla come la neve al sole.
Gli unici corsi di svedese, o sono all’università – ma io non studio all’università – o sono quelli per richiedenti asilo, che sono solo la mattina – ma io per la prima volta nella mia vita, e ancora per poco, la mattina lavoro.
Quindi per ora continuerò a camminare un po’spaesata cercando disperatamente persone che parlano inglese – praticamente tutti! Continuerò ad avere problemi nel fare la spesa – purtroppo le uniche traduzioni sulle scatole dei prodotti nei supermercati sono in norvegese e finlandese! Continuerò a non avere idea del nome delle strade dove sto camminando– perché per me troppe consonanti una dietro l’altra sono praticamente impossibili da leggere!

Non sopporto quei siti o quei blog dove raccontano che basta uscire dall’Italia per trovare la perfezione. I treni arrivano in orario, la corruzione non esiste e il capo del governo non fa i festini e viene anche eletto regolarmente con elezioni democratiche.
Sicuramente le cose funzionano diversamente…e magari anche meglio.
Mi sembra, però, che gli italiani all’estero oscillino tra l’essere nostalgici o essere iper-critici, in verità entrambe le posizioni nascondono un po’ di senso di lontananza.
Per quei piccoli momenti che ti sanno di casa: quando si mette la tovaglia di stoffa a quadretti sul tavolo – la mia sempre macchiata – e non le tovagliette di plastica dell’Ikea. Quando ci si aspetta per cominciare a mangiare e si riesce per tutto il pasto parlare di cosa si sta mangiando, come lo hai cucinato, di cosa ti piace mangiare e come si cucina. E quando guardi fuori dalla finestra, non nevica ad aprile inoltrato.
Ma, fino in fondo, noi non saremo mai dall’altra parte, perché la nostra pelle è bianca, perché alla fine l’inglese lo abbiamo imparato, perché un po’ di mondo lo abbiamo girato.

Perché il sole, per noi, prima o poi arriva anche se a metà aprile ancora nevica…
mentre ci sono popoli interi che non hanno mai saputo che cosa significa casa.

aprile 16, 2012

Cosa vorresti fare da grande?

O meglio come costruire una linea di fuga e perché

Oggi mi hanno chiesto per l’ennesima volta: ma tu cosa vorresti fare?
Per fortuna non hanno aggiunto da grande!
Penso che questo sia uno dei miei grandi problemi. Riuscire a fare un progetto chiaro è semplice di cosa mi piacerebbe veramente fare.
Non riesco a capire come comprendere veramente quello che mi piace, dato che di fronte a me non riesco a vedere altro che barriere, difficoltà e poco interesse nei miei confronti.
Da quando decidi cosa studiare all’università – se non prima – ti senti addosso questa pesantezza su come le tue scelte influenzeranno tutta la tua vita se non sono ben ponderate rispetto alla realtà dura e cruda che ci ritroviamo di fronte.
>>Vuoi studiare scienze politiche? E dopo cosa pensi di fare?
Ma siamo matti filosofia nel 2012!
Ah ma se fai ingegneria ci devi pensare bene, non è che cominci e dopo 3 anni lasci tutto a metà strada, e poi cosa faresti? Lo sai che è una professione da uomini!
Ah no lettere no, e non mi dire che vuoi fare la professoressa?
Interessante archeologia, peccato che non c’è mercato in Italia.
L’avvocato? Tuo padre fa l’avvocato?

La verità è che non ci sono carriere aperte in Italia, non ci sono progetti imprenditoriali su cui poter puntare, non esistono idee con gambe molto lunghe.
Ma soprattutto il mercato del lavoro, in questo caso incarnato dalle figure di orientamento – gli addetti dei centri per l’impiego come Porta Futuro, dei punti eurodesk, gli psicologi del lavoro del Soul della Sapienza – non fanno altro che scoraggiarti.
>>No, sul nostro portale non trovi offerte di lavoro per laureati, ma se vuoi facciamo i workshop su come scrivere un curriculum.
Vuoi un aiuto per trovare una borsa di mobilità all’estero? Secondo me la miglior ricerca è quella che puoi fare da sola su internet.
Vorresti fare un dottorato ma non viene poi ben visto dalle aziende italiane, perché diventeresti troppo formata.

L’ansia di trovare lavoro, la pressione della famiglia, l’angoscia della crisi, l’incapacità del sistema di orientamento al lavoro sia pubblico che privato, non fanno altro che spingerti: CERCA LAVORO, FAI UN CORSO DI SPECIALIZZAZIONE, UN TIROCINIO, UN MASTER, UNO STAGE…
Giri a vuoto spinta come una pallina all’interno di un flipper e alla fine ti spingi ancora di più in questo vortice infernale e ancora di più. Perché quando ti fermi, nei momenti vuoti del tuo stage, quando sei sovra pensiero nella lezione noiosissima del master, nei cinque minuti di pausa tra il tirocinio e il lavoretto che ti permette di arrotondare, allora è là che ti chiedi: MA PERCHE’?
Perché continuo a fare un master che non mi soddisfa, uno stage che non mi piace, un lavoretto che mi stressa e basta, perché continuo una ricerca ossessiva di una cosa che fino in fondo non so nemmeno cos’è?
Continuano a chiedermi cosa vorresti fare? Cosa ti piacerebbe fare? Cosa ti realizzerebbe veramente?
Io continuo a rispondere a queste domande con dei dati di realtà troppo evidenti: 75 milioni di giovani nel mondo cerca lavoro senza trovarlo, il 40% dei disoccupati mondiali è giovane, se sei giovane la possibilità di restare disoccupato è tre volte maggiore.
Ma la verità è che ho paura che i miei desideri non si possano realizzare, che vengano distrutti nello stesso momento in cui li esprimo.
Per questo abbiamo imparato a non svilupparli, a non farli divenire progetti tangibili e reali, così è più facile accettare lo stage nella speranza di…, fare il master così dopo…, fare un dottorato così poi…
Se i miei desideri rimangono soltanto dei sogni vivono in un altro mondo che non entra in contrasto con il mondo reale. Per questo ho deciso di allontanarmi dalla vita in cui mi ero incastrata. Ho deciso di far diventare quei cinque minuti un momento molto più lungo.

Perché in un mondo dove si vive senza desideri correndo dietro solo alla realtà non vale più la pena nemmeno di sognare.

 

aprile 15, 2012

Stai calma?

Si, forse è esattamente questo che non riesco a fare…rimanere calma!
Come faccio a rimanere calma quando difficilmente riesco a trovare tempo anche solo per mangiare. Come faccio a rimanere calma se tutto quello che cerco di fare trova mille ostacoli di fronte a sé. Come faccio a rimanere calma quando in Italia tutto mi sembra precluso.
Giovane, donna, laureata: ecco il profilo dell’eccellente precaria-disoccupata italiana.
Sono mesi che non scrivo, ma ora ho deciso che continuerò…quindi a breve ci saranno nuovi post che racconteranno delle magnifiche avventure di Vanessa nel magico mondo del lavoro.
Il mio primo colloquio – mi viene un brivido solo a pensarci.
Il mio primo tirocinio e relativa formazione– forse ancora peggio.
Il lavoro come rilevatrice del censimento a Tor Pignattara – come toccare con mano il mescolarsi del mondo.
Ma anche molto di più: la vita, l’ansia, l’amore, le paure, la voglia di mettersi in gioco, la mancanza di tempo per pensare, incontrare gli amici e scrivere.
I will try to be a good story teller

gennaio 22, 2012

Piccole storie di regolare precarietà

Eccomi qui dopo l’ennesima bocciatura,
in verità sono idonea non vincitrice, sei posti ma io sono ottava, come il dottorato senza borsa, e lo stage senza rimborso spese…hai le competenze e le capacità per partecipare, ma non ci sono i fondi per darti la possibilità di farlo.
Questa come tante altre sono Piccole storie di regolare precarietà.
Ti sei laureata, ci hai messo impegno, qualche lavoretto lo hai sempre fatto, hai imparato le lingue come ti avevano detto, sei andata all’estero, hai fatto lo stage, ti sei messa in gioco…
E poi: benvenuta nella fossa dei leoni.
Nessuno ti dice cosa fare, dove andare o chi chiamare: sei tu da sola, contro tutti.
Donne e giovani sono i più colpiti da questa crisi economica.
Sono esclusi ed espulsi dal mondo del lavoro.
Le classi medie non sono più in grado di mantenere il loro tenore di vita. L’Italia non cresce e ha un debito troppo alto, come ci raccontano di continuo. Qui come altrove, si è deciso di tagliare sui servizi sociali, la scuola, l’università  e la sanità. 
Ma in questo paese – forse più che in altri – ti senti proprio tagliata come persona.
Tagliata fuori, ma anche tagliata dentro, perché il fallimento che ci ritroviamo a vivere diventa giorno dopo giorno anche un fallimento individuale, oltre che globale.
E poi ci sono io. 
Eccomi: Giovane, Donna e figlia della classe media che ha goduto del boom economico italiano.
Ho vissuto in un bel quartiere, con a disposizione più o meno tutto quello che ho sempre voluto.
Laureata da più di qualche mese posso dire con tranquillità e semplicità: che non so proprio dove andare a sbattere la testa!
Non c’è spazio per me, non c’è spazio per noi, in questa Italia del XXI secolo.
Ho riscritto il mio CV centinaia di volte, l’ho tradotto in due lingue, aggiornato per ogni singola proposta di lavoro, adeguato all’azienda e all’annuncio. Ne ho inviati centinaia in Italia, e qualche decina anche all’estero.
Nella maggior parte dei casi non ti rispondono, oppure, come oggi, ti senti rispondere che non c’è più spazio. Non c’è più spazio se non hai un amico o un parente che ti dia una dritta, non c’è più spazio per te che hai fatto una semplice università pubblica e che ancora non hai pagato migliaia di euro per un master.
Non che io sia piccola, né tantomeno posso stare da per tutto, non mi accontento e non sto mai zitta, per questo ho deciso che racconterò qui queste piccole storie…
Le mie sono piccole storie che però vengono vissute ogni  giorno da qualsiasi giovane di questo paese, e di questa Europa, perché la disoccupazione giovanile dilaga. 
Queste storie non sono altro che una delle tante narrazioni di una generazione che non vuole essere più solo giovane. 
Queste sono piccole storie di precarietà…niente altro che vere storie di nuova povertà.
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