Da una sala d’attesa di un reparto oncologico…

L'albero sulla finestra

Qui le persone sono in attesa per fare la chemioterapia, con i loro parenti o amici che aspettano con loro.

Ci sono persone che rimangono in attesa per ore prima di entrare.
Tutti devono controllare le loro cartelle, ricordarsi tutti i documenti, le loro impegnative rosse e bianche, sperare che l’ospedale abbia il loro nome registrato, organizzare le loro agende per gli innumerevoli esami che bisogna fare tra una terapia e l’altra.
E poi si arriva in questa sala… dove il tempo si interrompe e si rimane in attesa… costante.
Alcuni dopo mesi, si conoscono, si salutano e si confrontano.

C’è la ragazza vestita di nero che accompagna il padre, da mesi, anche se sa già che questa terapia non servirà a salvarlo.
C’è una signora sulla sedia a rotelle che non riesce nemmeno a stare sveglia per quanto è stanca.
Ci sono le signore che armate di 5 riviste attendono.
C’è una ragazza tutta tatuata che inizia a perdere i capelli, le donne con i foulard e con i cappellini che i capelli li hanno già persi.
C’è chi litiga con il medico, perché non capisce cosa deve fare, cosa deve mangiare e quando deve tornare.
Nessuno vorrebbe tornare. Ma qui ci torni almeno per tre mesi. C’è chi non torna più, perché non c’è più.
Ho visto tante donne lottare e non farsi buttare giù, andare avanti e non arrendersi. Mai.

La sofferenza che si respira in questa sala è tagliente.
Le cure mediche vengono finemente calcolate. Ma nei nostri ospedali nessuno si preoccupa dei sentimenti e delle emozioni del paziente o delle proprie famiglie. Tutto è ridotto in una cartella clinica.
Ha avuto diarrea? Ha avuto vomito? Febbre? Nausea? Dobbiamo fare la pet, pes, pel, può prendere un po’ più di fac meno di xeml. Le facciamo 4 flebo, 10 fiale, 7 punture. Prenda 3 pasticche la mattina, 2 dopo pranzo, 4 prima di cena e 3 prima di andare a dormire. Non può camminare, andare in piscina, niente mare, né montagna.

Bisogna pagare il ticket, ricordarsi il numero dell’esenzione, prenotare la visita in intramoenia, utilizzare il privato sociale, chiamare il medico per l’impegnativa, andare in farmacia…
Ci sono medicine completamente mutuabili, alcune solo in percentuale, alcune completamente a pagamento…
L’unica sala dove si incrociano le diverse vite di queste persone, le sofferenze, le storie è una sala asettica, dove tutti aspettano e pochi parlano.
Alcuni trattengono le lacrime. Altri sono felici, perché forse è quasi finita.
Gli occhi guardano nel vuoto, la maggior parte qui ha passato l’estate così, tra sale d’attesa e file, tra flebo e aghi. E forse passerà così anche tutto l’inverno.

I malati di cancro sono dei lottatori incredibili.
Sembra che questa sia proprio la malattia dei nostri tempi – insieme a depressione e aids – non si capisce perché le tue cellule impazziscano e si rivoltino contro il tuo stesso corpo.
La chemioterapia è la prima cura. Un liquido arancione che ti scorre giù per le vene. E alla fine ti rimane solo una cosa da dire: sono tanto stanca.
Ma i malati di cancro si aggrappano alla vita, ne riscoprono il senso e si incamminano in un percorso di lotta, tanto difficile quanto lungo. A volte se ne esce vincitori, altre volte…

…Il sarnesp lo sta facendo? Il straparx? Il piano terapeutico ce l’ha? Allora le prescriviamo quest’ulteriore fiala, sottopelle, uno ogni giorno. Comunque noi ci vediamo oggi, domani e ancora dopo domani. Quindi non si preoccupi…

La medicina occidentale cerca di razionalizzare e calcolare qualsiasi cosa, ma ci sono cose che non possono essere contate, come il sorriso e questa immensa voglia di vivere che ti spinge ad un incessante lotta, che nonostante tutto riesci a cogliere anche in questi corridoi asettici.

Allora, a volte anche se la scienza medica è inerme di fronte a questa malattia, noi dobbiamo saper godere di quei giorni in più, da vivere con un sorriso, al di là di qualsiasi razionalizzazione che la nostra società voglia imporci.

 

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