agosto 11, 2014

Da una sala d’attesa di un reparto oncologico…

L'albero sulla finestra

Qui le persone sono in attesa per fare la chemioterapia, con i loro parenti o amici che aspettano con loro.

Ci sono persone che rimangono in attesa per ore prima di entrare.
Tutti devono controllare le loro cartelle, ricordarsi tutti i documenti, le loro impegnative rosse e bianche, sperare che l’ospedale abbia il loro nome registrato, organizzare le loro agende per gli innumerevoli esami che bisogna fare tra una terapia e l’altra.
E poi si arriva in questa sala… dove il tempo si interrompe e si rimane in attesa… costante.
Alcuni dopo mesi, si conoscono, si salutano e si confrontano.

C’è la ragazza vestita di nero che accompagna il padre, da mesi, anche se sa già che questa terapia non servirà a salvarlo.
C’è una signora sulla sedia a rotelle che non riesce nemmeno a stare sveglia per quanto è stanca.
Ci sono le signore che armate di 5 riviste attendono.
C’è una ragazza tutta tatuata che inizia a perdere i capelli, le donne con i foulard e con i cappellini che i capelli li hanno già persi.
C’è chi litiga con il medico, perché non capisce cosa deve fare, cosa deve mangiare e quando deve tornare.
Nessuno vorrebbe tornare. Ma qui ci torni almeno per tre mesi. C’è chi non torna più, perché non c’è più.
Ho visto tante donne lottare e non farsi buttare giù, andare avanti e non arrendersi. Mai.

La sofferenza che si respira in questa sala è tagliente.
Le cure mediche vengono finemente calcolate. Ma nei nostri ospedali nessuno si preoccupa dei sentimenti e delle emozioni del paziente o delle proprie famiglie. Tutto è ridotto in una cartella clinica.
Ha avuto diarrea? Ha avuto vomito? Febbre? Nausea? Dobbiamo fare la pet, pes, pel, può prendere un po’ più di fac meno di xeml. Le facciamo 4 flebo, 10 fiale, 7 punture. Prenda 3 pasticche la mattina, 2 dopo pranzo, 4 prima di cena e 3 prima di andare a dormire. Non può camminare, andare in piscina, niente mare, né montagna.

Bisogna pagare il ticket, ricordarsi il numero dell’esenzione, prenotare la visita in intramoenia, utilizzare il privato sociale, chiamare il medico per l’impegnativa, andare in farmacia…
Ci sono medicine completamente mutuabili, alcune solo in percentuale, alcune completamente a pagamento…
L’unica sala dove si incrociano le diverse vite di queste persone, le sofferenze, le storie è una sala asettica, dove tutti aspettano e pochi parlano.
Alcuni trattengono le lacrime. Altri sono felici, perché forse è quasi finita.
Gli occhi guardano nel vuoto, la maggior parte qui ha passato l’estate così, tra sale d’attesa e file, tra flebo e aghi. E forse passerà così anche tutto l’inverno.

I malati di cancro sono dei lottatori incredibili.
Sembra che questa sia proprio la malattia dei nostri tempi – insieme a depressione e aids – non si capisce perché le tue cellule impazziscano e si rivoltino contro il tuo stesso corpo.
La chemioterapia è la prima cura. Un liquido arancione che ti scorre giù per le vene. E alla fine ti rimane solo una cosa da dire: sono tanto stanca.
Ma i malati di cancro si aggrappano alla vita, ne riscoprono il senso e si incamminano in un percorso di lotta, tanto difficile quanto lungo. A volte se ne esce vincitori, altre volte…

…Il sarnesp lo sta facendo? Il straparx? Il piano terapeutico ce l’ha? Allora le prescriviamo quest’ulteriore fiala, sottopelle, uno ogni giorno. Comunque noi ci vediamo oggi, domani e ancora dopo domani. Quindi non si preoccupi…

La medicina occidentale cerca di razionalizzare e calcolare qualsiasi cosa, ma ci sono cose che non possono essere contate, come il sorriso e questa immensa voglia di vivere che ti spinge ad un incessante lotta, che nonostante tutto riesci a cogliere anche in questi corridoi asettici.

Allora, a volte anche se la scienza medica è inerme di fronte a questa malattia, noi dobbiamo saper godere di quei giorni in più, da vivere con un sorriso, al di là di qualsiasi razionalizzazione che la nostra società voglia imporci.

 

maggio 8, 2013

Amore ai tempi della disoccupazione

Amori ai tempi delladisoccupazione

novembre 3, 2012

La guerra dei choosy

Quella della Fornero è oramai una guerra aperta, e la ministra non ha paura di sferrare colpi bassi a ripetizione.
“E’ l’occupazione che va valorizzata non l’attaccamento, qualche volta esasperato, tra il lavoratore e il suo posto di lavoro”.
“Il posto fisso per tutti è un’illusione”.
“Non ci hanno chiamato a distribuire caramelle”.
“L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.
Ed infine giovani non siate Choosy: adeguatevi ai posti di lavoro che vi vengono proposti.

A chi è rivolta questa guerra? Contro chi scaglia le proprie armi la ministra Fornero? Tra i suoi preferiti si sa ci sono i lavoratori del pubblico impiego e i dipendenti a tempo indeterminato, figure privilegiate e anacronostiche secondo il leitmotif governativo – anche se sono tra i più colpiti dall’aumento delle tasse, dai tagli ai servizi pubblici e dalla riforma delle pensioni.
Ma il punjiball della ministra sono sicuramente i giovani e gli studenti universitari.
Noi che siamo così choosy da non voler accettare i primi posti di lavoro che ci vengono proposti, noi che ancora pensiamo di rifiutare i contratti precari, noi che abbiamo ancora il coraggio di pensare che l’università dovrebbe migliorare le nostre condizioni di partenza.
Beh cari ragazzi, la Fornero continua incessantemente a dirci che cosi non va!
La dobbiamo smettere di rifiutare lavori pagati 3\4 euro l’ora: il mercato ha bisogno di noi!
La dobbiamo smettere di richiedere orari di lavoro di 8 ore: il mercato lavora 24 ore su 24 bisogna adeguarsi!
La dobbiamo smettere di richiedere diritti: il mercato ha solo doveri (almeno per noi)!
E se vogliamo dare la colpa a qualcuno: non è colpa della classe imprenditoriale, non è colpa della classe politica, non è colpa di un sistema di privilegi e di corporazioni, e sicuramente non è colpa del governo tecnico. No! E’ colpa dei nostri genitori! La generazione del ’68 che ha rovinato l’Italia, che ha costruito una società ineguale dove diritti per tutti hanno bloccato il lavoro e l’educazione. E’ colpa dei nostri genitori che ci hanno viziato troppo e non ci hanno insegnato ad essere indipendenti e cogliere le (grandi) opportunità al volo. E’ colpa delle mamme italiane che terrebbero i figli sempre a casa, è colpa della cucina troppo buona, del sole troppo caldo, del caffè sempre pronto la mattina. E’ colpa della famiglia italiana – che però torna sempre utile anche al governo quando taglia il welfare e la sanità pubblica.

Cara Ministra, in questa guerra noi siamo sicuramente sotto attacco.
Ma queste armi sono spuntate.
La sua retorica cerca di costruire finti modelli del giovane italiano medio: il bamboccione che preferisce stare a casa invece di rendersi indipendente anche facendo lavori umili.
Oltre che essere smentita dai numeri (rapportogiovani.it), è smentita dai fatti e dalle nostre vite.
In ogni caso continuerò a rifiutare lavori per 3 euro l’ora, dove non è richiesta alcuna delle mie competenze per le quali ho tanto studiato, continuerò a richiedere che il contratto nazionale di lavoro venga applicato anche a me che sono giovane, continuerò a non accettare straordinari pagati come le ore ordinarie, continuerò a lottare per il mio diritto alla maternità.
Se questo significa essere choosy… allora sono troppo Choosy!

ottobre 9, 2012

SaltaTempo

Non si può vivere senza tempo, eppure oggi è così che viviamo.
Riunioni, assemblee, lavoro, studio, birra…
non trovi tempo per pensare, per parlarti, per approfondire.
Corri perché ti è imposto e perché te lo imponi, se stai fermo hai la sensazione di perdere tempo.
Ma forse stare fermi non ci fa perdere tempo, ce ne regala di nuovo.
Non potremmo mai capire cos’è che ci fa stare male se non abbiamo tempo per pensarci.
E così la nostra insoddisfazione si trasforma in un malessere interiore,
un tarlo che ci frantuma il cervello,
ci inacidisce lo stomaco,
ci innervosisce,
ci strema…

Non ci piace quello che studiamo, come lo studiamo, dove lo studiamo.
Non ci piace il nostro lavoro, la nostra (non) paga,
non ci piace la disoccupazione, non ci piace il master.
Forse da soli non potremmo fare molto, ma abbandonarsi al puro flusso dell’abitudine,
quello sì ci distruggerà la vita.

Forse non riusciremo a cambiare tutta l’università,
ma possiamo cambiare il nostro piano di studi, i programmi e i libri che dobbiamo studiare,
organizzare seminari autogestiti, incontrare ed intrecciare nuovi ambiti disciplinari.
Possiamo incuriosirci ed innamorarci di nuovi libri, che ci serviranno sempre,
magari anche per qualche inutile esame.
Forse non possiamo distruggere il baronato e il clientelismo,
ma lo possiamo denunciare e collettivamente lo possiamo erodere e delegittimare.
Forse non possiamo eliminare il precariato o risolvere il problema della disoccupazione,
ma possiamo darci man forte, appoggiandoci, per evitare di sentirci soli di fronte ai migliaia di annunci fasulli,
possiamo costruirci una rete di sostegno non familistica e non ricattatoria.
Possiamo insegnarci a comprendere i contratti che firmiamo,
possiamo condividere i nostri contatti,
imparare a vivere e lavorare insieme.

Forse non avremo distrutto il capitalismo,
ma avremo smesso di imporci la competizione come stile di vita,
e magari avremo superato l’isolamento, l’insoddisfazione e la depressione che ne seguono…

In ogni caso a molti avremo evitato la perdita dei capelli a 30 anni.
E chissà che la crisi non si superi anche così!

ottobre 7, 2012

28 anni

A 28 anni la mia bis-nonna aveva già 5 figli
a 28 anni mia madre lavorava già da 9 anni,
a 28 anni la mia vicina polacca era già venuta in Italia da sola e lavorava già da 10,
a 28 anni mio nonno aveva avuto già il primo infortunio sul lavoro,
a 28 anni mia nonna era emigrata negli Stati Uniti,
a 28 anni mia zia viveva sotto le bombe della guerra.

Io a 28 anni mi sono laureata e non ho un lavoro,
ho dei mezzi lavoretti, ho una mezza casa, ho un mezzo motorino (l’altro è rimasto sotto la macchina che mi è venuta addosso, e anche se ho ragione la mia assicurazione non mi vuole ripagare),
almeno il ragazzo ce l’ho… e se la devo dire tutta vale per uno e mezzo!

A 28 anni sogno ancora un mondo migliore,
dove la mia vita non venga regalata per appianare un debito pubblico che non ripagheremo finché non cambieremo le regole del gioco,
a 28 anni non mi sono arresa al cinismo, all’opportunismo, al menefreghismo e all’individualismo.
A 28 anni non ho un lavoro stabile e penso che forse non ne avrà mai uno, a 27 mi distruggevo per questo, a 29 forse avrò capito che il lavoro non è il fulcro della vita, magari a 30 avrò trovato un modo per guadagnare, riuscire a mantenermi ed avere una vita degna.

A 28 anni guardo alla vita con passione, si forse peggio di così c’è poco…
ma c’è un aria di cambiamento che inonda i nostri paesi, inebria le nostre vita e divampa i nostri corpi…
non bisogna resistere,
a 28 anni bisogna farsi travolgere.

settembre 12, 2012

Diario dell’estate

Vacanze fatte:
Tre, tiè! Alla faccia della crisi e dei campeggi a 18 euro con zero servizi. Viva le vacanze a luglio, gli amici con le case, i centri sociali che organizzano campeggi a prezzi accettabili. Viva le vacanze a settembre ma soprattutto viva il mar mediterraneo su tutte le coste.

Curriculum inviati:
più o meno 200, agosto a Roma serve sempre a qualcosa.

Domande per borse o master:
Due, così tanto per passare agosto a Roma.

Domande di dottorato:
Una, sempre la solita in stand-by.

Richieste di informazioni:
Qualche centinaia di migliaia.

Risposte ricevute alle richieste di info:
Praticamente zero erano tutti fuori per le vacanze.

Risposte ricevute per i curriculum:
La maggior parte senza risposta, alcuni con risposta negativa.
Ma per la prima volta nella mia vita ho ricevuto DUE risposte positive per dei curriculum inviati! Quasi non ci volevo credere.
Dopo il primo schock iniziale, sono riuscita a riprendermi ed affrontare le interviste telefoniche.
Primo stage: il luogo era l’ultima regione della Germania al confine con la Danimarca… ma insomma sempre a me chiamano per il profondo Nord! Lo stage offriva solo l’alloggio e nessun rimborso spese. E’ stato facile dire di NO. Ma perché li chiamano stage e non volontariato!
Secondo stage: il luogo era finalmente Brussels, la tanto ricercata capitale Europea. Dove si spera di avere una convenzione di stage a standard europei, o almeno che permetta di mangiare-dormire-vestire.
Invece il mio sogno europeo si è subito infranto con la dura realtà: 330 euro al mese per un lavoro full-time! Per lo meno anche il mio intervistatore non ha avuto il coraggio di chiamarlo salario, ma ha parlato solo di rimborso spese. In ogni caso non ho passato la selezione… ma non so come mai non mi dispiace poi così tanto!!!

Letture estive:
Dear Applicant,
Thank you for applying for a position at XXX. We are writing to inform you that having given your application our full consideration, you have not been successful on this occasion. We did receive an unusually high number of applicants for this position, which is why it has taken longer than normal to process your application.
I would like to wish you every success in your future endeavours and encourage you to keep an eye on the XXX website for future job postings. We will keep your CV on record and should we have a future opening that we think may be suited to you, we’ll be in touch.
Kind regards,
Dear,
We would like to take this opportunity to thank you for your interest in the position of XXX Assistant in our Brussels Office. Our search committee has completed its review of qualified candidates and we regret to inform you that you have not been selected as a finalist for this position.
We appreciate your interest and want to thank you for your time spent preparing application materials and we wish you success in pursuit of your career goals.
Best wishes
Dear Ms. Vanebix,
Please excuse me for the late reply: the selection process took longer than planned.
Thank you for your time over the phone for the interview on August 22nd.
In spite of your motivation for the internship and of your interesting academic background and work experience, I am sorry to say that you haven’t been selected for the internship.
I wish you all the best in your search for a suitable position,
Kind regards
Dear Vanebix,
We are writing to you concerning your application for the XXX. We would like to thank you both for your interest and for the time you devoted in applying. We indeed, appreciated your skills and your motivation for joining that project of ours! Although we were expecting to respond earlier to you we have received so many applications that we were really busy in reading these in the most thorough and careful way.
Unfortunately, despite your passion and your willingness to join the project, your application was not successful. However, this does not mean that your application was not worthy. At that specific time we just consider that some applicants are fitting more to what we are looking for this project.
As you probably know, being accepted in an XXX position is a difficult task, mainly because of the number of people applying for the same vacancy.
We hope that you will keep up searching and we wish you find soon a project fulfilling your dreams!
Kindest regards

 

 

settembre 12, 2012

Nuovi Emigranti

agosto 5, 2012

Fuck Bikini

Ed ecco che arriva l’estate…
Con l’estate il caldo, con il caldo il mare.
E con il mare i costumi!
Se c’è una cosa che odio sono i costumi da bagno.
Ora mi chiedo ma perché se i reggiseni – Tutti – hanno le spalline che passano sulle spalle (si chiamano così per evidente motivo), i costumi invece si devono legare – Tutti – dietro al collo?
Ora certo, è vero, i costumi taglia 54, quelli per mia nonna, non seguono questa regola.
Ma perché se tutto l’anno sono comoda portando delle meravigliose spalline, d’estate devo far ricadere tutto il peso delle mie tette sul collo?
Certo, sono sicura che tutte le piatte, chi porta a malapena una seconda e chi si è rifatta le tette non ha di questi problemi.
Certo, capisco anche che la moda ha deciso che dobbiamo portare tutte la 38.
Ma insomma la realtà è ben diversa dai manichini in vetrina (che sono stati evidentemente sottoposti a cura dimagrante negli ultimi anni).
Ora non so come dire ma io – anche nei miei momenti migliori, cioè quando ho sfiorato la 42 e nei miei momenti peggiori cioè quando ho superato la 46 – non ho mai avuto meno della quarta abbondante!
Ciò significa che non rientro nemmeno un po’ nello stile di bellezza acclamato da passerelle e manichini.
Magra, scheletrica e con le gambe storte (ecco al massimo le gambe storte, ma si notano poco grazie alla curve).
Capisco “le magre per natura” si… quelle che poi mangiano anche le pannocchie con coltello e forchetta… non mangiano il gelato o il cioccolato perché non gli piace… ma dai si chiamano disturbi alimentari quelli… come fa a non piacerti il cioccolato!
Ma comunque torniamo a noi abbondanti di seno ma non per forza una XXXXL di culo: l’estate è una tortura a cui il capitalismo ha deciso di sottoporci tramite un immagine femminile inarrivabile.
Quindi fioccano shorts giro culo, magliette senza bretelle, vestitini che non sai mai se definire magliette un po’ lunghe o effettivamente vestiti. Svanisce tutto ciò che è indossabile e rimangono solo piccoli straccetti bianchi, o vestiti a fiori che non faresti indossare nemmeno alla tua peggior nemica!
Ok, vi odio perché potete comprare i costumi a qualsiasi bancarella, mentre io il primo giorno di saldi mi catapulto nei miei tre negozi per trovare il costume estivo, dato che sono gli unici dotati di elastico e di completi scomponibili.
Mi chiedo ma perché anche andare al mare deve diventare una tortura?
Cioè dai anche la spiaggia dei fattoni a Torvaianica ora è popolata da palestrati coatti e tatuati!
Così le nuove figure sociali del finanzacapitalismo sembrano più la Biscia e la GattaMorta che altro!
La Biscia: animale maschile, nonostante le apparenze (ceretta e slippino), è difficile da afferrare perché troppo unto dall’olio solare, che con determinazione continua a spruzzarsi tutto il giorno senza alcun problema sotto il sole di mezzogiorno.
La GattaMorta: è quella già abbronzata a febbraio, ma la sua particolarità – estiva come invernale – è quella di non dire mai un cazzo ma rimorchiare sempre tutti, mentre tu che hai parlato con tutti non rimorchi mai un cazzo.
La mia lotta anticapitalista contro i bikini anche quest’anno verrà portata avanti con grande coraggio e perseveranza, silenziosamente e senza più pianti isterici da adolescente in crisi, troverò qualcosa da indossare, orgogliosa di buchetti della cellulite e maniglie dell’amore.
Come ogni lotta so che non sarà solitaria e troverò le mie compagne sulla strada ed insieme costruiremo un fronte di liberazione più che nazionale contro immagini plastificate, modellini troppo magri e costumi inutilizzabili!
La libertà passa anche da qui: Fuck Bikini!

luglio 15, 2012

Il gioco della sedia

La differenza tra noi e la generazione del ’68?
Che loro partivano da zero e hanno conquistato tutto. Noi partivamo da una posizione privilegiata e ci hanno tolto la sedia da sotto il culo.
Avete presente quando da piccoli alle feste di compleanno si giocava al gioco della sedia: tutti si balla, finché c’è la musica, poi la musica si ferma, e bisogna sedersi il prima possibile, ma le sedie sono meno dei giocatori, e un bambino rimane fuori. Poi un altro, poi un altro, finché non ne rimane soltanto uno.
Ecco io non so se ero tra le prime ad uscire o tra gli ultimi, ma la sensazione è propria quella: provare a sedersi e cascare per terra. Ecco come ci si sente quando ti tolgono la sedia da sotto il culo: derisi, sbeffeggiati e non contenti ci si sente pure in colpa!
Forse non sono stato troppo veloce?
Forse dovevo fare lo sgambetto a quello vicino?
Forse mi dovevo allenare di più?
Chi scrive dalle colonne dei grandi giornali, commenta la politica, fa l’inviato all’estero questa sensazione non la può capire, anche se ogni tanto ha scritto di qualche manifestazione studentesca, e nonostante il suo ufficio sia pieno di stagisti e contrattisti sottopagati.

E se anche l’operaio vuole figlio dottore…  facciamo così: per un paio d’anni passi.
Ma dato che i figli degli operai – che nel frattempo diventeranno classe media – affolleranno le università: le università prepareranno i nuovi operai.
E per magia anche i dottori verranno affamati, non tutti è chiaro. Ma chiedete ad un medico che ha appena concluso la specializzazione quali siano le sue prospettive nella sanità pubblica.
Nel frattempo ci saranno università private e master da 10.000 euro l’anno, per chi vuole tornare in riga. Semplicemente per far capire come funzionano le cose.
Le università pubbliche ci saranno sempre, quelle sono un diritto. Solo che non valgano più niente.
Se proprio volete trovare lavoro, forse conviene tornare alla vecchia e tanto amata formazione professionale: del resto di operai ce n’è sempre bisogno!

luglio 1, 2012

Calci in culo

Mi chiedono se sono contenta di tornare?
Si, sono contenta.
Mi chiedono se sono contenta di tornare?
No, non sono contenta.
Torno con un bel pugno di mosche in mano pronta a farle volare appena rimetterò piede sul suolo italico, così da non ritrovarmi nulla, come prima di partire.
Mi sembra che piano piano tutti intorno a me trovino la propria strada, mentre io rimango sempre intoppata allo stesso punto.
Forse non sarei dovuta partire, così potevo rimanere a leccare il culo di qualche professore e prenderlo alla fine questo maledetto dottorato. Anche se oramai non basta più nemmeno questo!
Se mi andasse di farlo poi, non saprei ancora rispondere!
Non è che io non ci provi, ci provo e che mi arrivano solo risposte negative. Mai ricevute così tanti calci in culo come in questi mesi. Sensazione grandiosa, se fossero almeno reali, non potrei sedermi per il male al didietro e tutti capirebbero senza nemmeno chiedere. Così invece devi fare anche finta che tutto è a posto, e che sì, sai che va così, e che sarà per la prossima volta.
Fanculo alla prossima volta.
Qual è il mio problema: parlo troppo? Si, lo so parlo troppo, pure a voce alta, straparlo…
Però sono brava a parlare. Ma non basta.
Posso scrivere, ma non basta.
Magari ora mi metto pure a ballare…
Se mi conosci non passo indifferente, non sono mai passata indifferente, fino ad oggi. Forse è ora che arriva la vita vera quella che ti spiega come funziona a forza di calci in culo, ma non di quelli che servono per andare avanti, ma quelli che ti fanno rimaner ben impiantata dove sei, e ti tolgono quei quattro grilli per la testa che ti sei fatta venire.
Ecco a quelli dopo di me non glieli faranno venire proprio i grilli per la testa. Del resto, la stessa ministra del lavoro lo ribadisce spesso: non c’è bisogno di fare l’università per imparare un mestiere – ergo mettetevi subito a lavoro, curvate la schiena e abbassate la testa. E così la formazione professionale è servita! E vedrete funziona molto meglio che l’università. Come ribadiscono le campagne di vari giornali on line.
Non pensate di essere speciali, di essere diversi, di poter costruire qualcosa: siete come tutti gli altri stronzi là fuori alla ricerca di lavoro. E non pensate che loro non lo sappiano: sono loro i vostri primi nemici, non certo qualcun altro.
Questa è la crisi economica, non c’è bisogno di scomodare vecchie e desuete categorie, c’è la crisi economica, non è certo colpa nostra, è stata l’America!
Ora bisogna trovare le soluzioni: tutti zitti, si accettano le ricette europee come se scritte in un libro di cucina, sperando che il cuoco sia bravo. Ma come ben sapete la prima volta che si fa una nuova ricetta non viene mai bene.
Eppure questa è vecchia cent’anni e l’aveva capito anche mio nonno che non funzionava…
Eccola l’Unione Europea c’è chi sta sotto e chi ci cammina sopra, ma non lo dite a voce alta perché non è vero! Beh ecco invece guardate bene cosa vi è rimasto appiccicato sotto le scarpe, perché quelle sono le famiglie greche, i disoccupati spagnoli, gli esodati italiani… non si scrostano eh… che peccato bisognerà cambiare scarpe!
Fanculo al vertice dei capi di stato e di governo e fanculo pure agli europei.
Tra 5 giorni torno in Italia, che culo, sempre in attesa di risposte che non arrivano mai, ma con un nuova scatola piena di belle promesse.
Un bel salto nel vuoto senza corda, ma lo devi fare.
Allora vorrei costruire una catena umana che mi tenesse: mano nella mano, stretta ad un’altra mano, che ne stringe un’altra ancora, così scendiamo nel burrone, ma non cadiamo mai.
E non siamo più soli.

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