Il gioco della sedia

La differenza tra noi e la generazione del ’68?
Che loro partivano da zero e hanno conquistato tutto. Noi partivamo da una posizione privilegiata e ci hanno tolto la sedia da sotto il culo.
Avete presente quando da piccoli alle feste di compleanno si giocava al gioco della sedia: tutti si balla, finché c’è la musica, poi la musica si ferma, e bisogna sedersi il prima possibile, ma le sedie sono meno dei giocatori, e un bambino rimane fuori. Poi un altro, poi un altro, finché non ne rimane soltanto uno.
Ecco io non so se ero tra le prime ad uscire o tra gli ultimi, ma la sensazione è propria quella: provare a sedersi e cascare per terra. Ecco come ci si sente quando ti tolgono la sedia da sotto il culo: derisi, sbeffeggiati e non contenti ci si sente pure in colpa!
Forse non sono stato troppo veloce?
Forse dovevo fare lo sgambetto a quello vicino?
Forse mi dovevo allenare di più?
Chi scrive dalle colonne dei grandi giornali, commenta la politica, fa l’inviato all’estero questa sensazione non la può capire, anche se ogni tanto ha scritto di qualche manifestazione studentesca, e nonostante il suo ufficio sia pieno di stagisti e contrattisti sottopagati.

E se anche l’operaio vuole figlio dottore…  facciamo così: per un paio d’anni passi.
Ma dato che i figli degli operai – che nel frattempo diventeranno classe media – affolleranno le università: le università prepareranno i nuovi operai.
E per magia anche i dottori verranno affamati, non tutti è chiaro. Ma chiedete ad un medico che ha appena concluso la specializzazione quali siano le sue prospettive nella sanità pubblica.
Nel frattempo ci saranno università private e master da 10.000 euro l’anno, per chi vuole tornare in riga. Semplicemente per far capire come funzionano le cose.
Le università pubbliche ci saranno sempre, quelle sono un diritto. Solo che non valgano più niente.
Se proprio volete trovare lavoro, forse conviene tornare alla vecchia e tanto amata formazione professionale: del resto di operai ce n’è sempre bisogno!

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